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UN PIANTO BRASILEIRO

Negli Stati Uniti quando si parla di inquinamento e smog Los Angeles non ha rivali. Appena ci arrivi ti salutano un cielo fosco e un’alitata di diossina, il cerchio alla testa ti attanaglia puntuale e ti molla solo quando riparti per sponde piu’ salubri o quando ti lasci la Valley alle spalle per le alture terse di Beverly Hills. It’s the traffic, dicono gli americani, un traffico paralizzante di una metropoli orizzontale solcata da highways and freeways intasate dai gas di scarico di milioni di veicoli. Ma per quanto L.A. possa essere inquinata, Sao Paulo, se mi e’ concesso, lo e’ ancor di piu’. O transito, come chiamano il traffico da queste parti, e’ bestiale. Nel numero della popolare rivista Veja di 3 settimane fa, dedicato al transito paulista, alcuni esperti hanno predetto che fra 2 anni le strade della citta’ saranno imbottigliate fino alla paralisi totale. Immaginatela, la capitale del business brasileiro messa in ginocchio dal formicaio motorizzato urbano. Gli helicopter taxis qui fanno, gia’ da qualche anno, ottimi affari con quelli che se li possono permettere (un 1% della popolazione sproporzionatamente ricco) e ritardi di 1 ora per meetings e appuntamenti vari sono piu’ che scusati e all’ordine del giorno. Il cielo di Sampa’, come la citta’ e’ chiamata affettuosamente dai suoi residenti, veste i colori dell’offesa ambientale quotidiana con una punta di tristezza, anche nei giorni piu’ soleggiati e privi di nubi. Ogni mattina quando guardo fuori dalla finestra del mio appartamento, con una vista piuttosto notevole di uno dei migliori quartieri di Sao Paulo, mi sento sempre sconfortata dalla sfumatura color nicotina che si profila fra i palazzi in lontananza. Non so se i paulistani riusciranno ad evitare l’inevitabile paralisi stradale profetizzata nell’articolo di Veja, ma per il momento io me ne sto un altro giorno a trastullarmi a Rio de Janeiro