BIRTHMARK

Comp

It all began a couple of years ago, shortly after my thirtieth birthday… No. Wait. That’s when it all escalated.
It all began… Well, at the beginning, I guess, the day of my birth– February 14, Valentine’s Day, the most romantic day of the year; an omen that would mark me for the rest of my life.
My birth wasn’t particularly eventful from what I hear: no forceps, no C-section, I wasn’t premature and, no matter what Ali says, I was not dropped on my head. It was just the usual mix of sweat, pain and curses you see in the movies, complete with muddy pancake foundation and artfully smudged mascara (my mother’s face has not been caught bare by human eye since the age of sixteen). Continue reading

CHARTED TERRITORY (part 2)

italy-outline-printable-mapAriete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione, Sagittario, Capricorno, Acquario, Pesci.

That was all the Italian I’d learned during my four weeks in Rome.
Oh yeah, in the end I got lucky. I could have easily ended up in some godforsaken hole in the ground, but no. Merkurio, my brilliant astrocartographer, had magnanimously sent me to gorgeous, decadent Roma, where even fast food tasted like gourmet and men were never too old or too married to make a pass at a bella ragazza.
However, even though my Venus was finally angular and cozily cooped up in the seventh house for the first time in my life, the temporary relocation did not seem to yield any tangible benefits (except for the extra carb-induced padding wrapped around my ass, which was definitely tangible, but “benefits”?). Continue reading

HE SAID / SHE HEARD

rorschach hearts blog
It’s an ambush.
I can feel my senses shutting down, doing what senses do during breakups.
Not just in the terrible weeks that follow– when the world becomes a hostile planet and life on it has no meaning– but during a breakup. Right between “it’s not you” and “it’s me”. While I’m sitting at the corner table of a crowded bistro trying to listen carefully to what comes out of his mouth, but the audio is distorted, and the wine I keep sipping to flush down the lump stuck in my throat suddenly tastes like panic.
He is quiet now. His loss for words is a cry for help I don’t want to heed. And for a moment, I actually believe that if I don’t rescue him– if I don’t try to finish his sentences, and just play obtuse, misinterpreting every carefully phrased exit strategy he must have prepared– he’ll eventually give up and stay. Continue reading

TURISTA PER CASA

Romani che non sono mai stati alla Cappella Sistina, Newyorkesi che non sono mai stati in cima all’Empire State Building, Miamians che non hanno mai provato il brivido selvaggio degli Everglades… Per certi clichés tutto il mondo e’ paese. E che si viva a Roma, a New York o a Miami, un comune denominatore rimane costante: i turisti conoscono i tesori locali meglio dei residenti. Un po’ perche’ il residente sente che l’attrazione locale sta sempre li’ disponibile e immobile e quindi non c’e’ fretta; e un po’ perche’, ammettiamolo, a fare i turisti a casa propria ci si imbarazza, essendo roba da puppettoni, ovvero “cheesy”, come direbbero gli americani. Ma dopo 4 anni in Florida ho preso coraggio e mi son detta: Cool o non cool, non sara’ forse il caso di fare finalmente qualche incontro ravvicinato coi miei neighbors delle paludi?  Il risultato e’ questo video, in cui non soltanto mi imbarazzo partecipando a un’Americanata turistica che piu’ Americanata non si puo’ a poche miglia da casa mia, ma alla fine vengo anche “messa in mezzo” (why me???),  rischiando di farmela addosso…  Guardare per capire.  Sit back, relax and enjoy the show!
On youtube: http://www.youtube.com/watch?v=hmlzJiMfWmk

NEW EDITION!

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Ho trascurato questo blog talmente tanto che quasi mi vergogno ad aggiornarlo, ma oggi non potevo proprio farne a meno. Un evento cosi’ non potevo non sbandierarlo a tutti spudoratamente, e cosi’ rieccomi qua! Come Sopravvivere Ai Newyorkesi e’ di nuovo esaurito. No, non in senso negativo, come me quando sono iperstressata dall’ennesima deadline, ma nel migliore dei sensi per un libro, ovvero va in ristampa, la terza ristampa, per essere esatti. E per l’occasione la casa editrice Cooper ha deciso di pubblicare una nuova edizione con tanto di copertina nuova (eccola in anteprima qua sopra) e un capitolo introduttivo inedito (una chicca da non perdere! E se me lo dico da sola…).
Grazie a tutti coloro che hanno contribuito al successo di questa mia piccola creatura. Sarete ricompensati nella prossima vita, non ho dubbi.

JUST A VACATIONSHIP?

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Come ho piu’ volte ripetuto scrivendo e parlando dei rapporti interpersonali di tipo erotico-amoroso che sbocciano qui negli US, la cosa che mi colpisce di piu’ e’ l’interminabile flusso di nuove espressioni ed etichette coniate appositamente per definire i piu’ svariati generi di relazioni e le loro relative sfumature. In quanto interminabile suddetto flusso e’ incessante e quindi, pur avendo gia’ snocciolato liste di fuck buddies, friends-with-benefits, booty calls, boy toys, cougars, sugar daddies e simili in Come Sopravvivere Ai Newyorkesi e ne L’Amore Ai Tempi Del Globale, non ho certamente esaurito la sfilza di neologismi amorosi che spuntano qua e la’ come verruche dopo un’estate passata in piscina. E a proposito d’estate, e’ tempo di vacanze. Ma mentre per la maggior parte dei single la vacanza al mare offre l’opportunita’ dell’immancabile summer fling, ovvero la classica avventura estiva che arde col solleone per poi congelarsi a fine stagione, per altri le vacanze sono fatte per la Vacationship. Portmanteau di Vacation + Relationship, il termine puo’ designare: 1) una holiday romance che dura quanto dura la vacation, ma al contrario della fling e’ intensa e lascia un marchio profondo; 2) una coppia che s’incontra solo per romantici getaways durante vacanze e long weekends, cosi’ vivendo un rapporto idilliaco lontano da stress e routine quotidiani; 3) una coppia che per impegni di lavoro o altro e’ condannata a una long-distance romance da consumarsi solo durante vacanze e long weekends. Durante i miei single years di summer flings ne ho avute poche, ma di vacationships del primo tipo ne ho avute un paio, e del terzo tipo ne ho avuta una indimenticabile. Soltanto che a quei tempi ignoravo tutte queste etichette e sfumature; e che durassero una settimana, un mese o un anno per me gl’intrecci si chiamavano semplicemente “storie”.

SOMETHING

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E’ tanto che non bloggo, ma non importa perche’ tanto so che prima o poi mi capitera’ di vedere qualcosa di speciale che richiama l’attenzione in maniera irresistibile… e quel qualcosa eccolo qua. Per chi non ha vissuto o visitato NYC nell’era post 11 settembre l’onnipresente slogan “If You See Something, Say Something” della campagna anti-terrorismo non dice molto, ma per noi che c’eravamo e tuttora ci siamo la frase ci cade sotto gli occhi ogni volta che prendiamo la metro o altri mezzi di trasporto pubblico. E ci abbiamo fatto talmente l’abitudine che quelle parole che all’inizio incutevano un certo senso di civic duty e riportavano alla mente momenti di profondo terrore adesso le abbiamo incorporate nel lingo quotidiano alla pari di altri slogan-tormentone tipo “For Everything Else There’s Mastercard”. Per questo l’attore comico Rick Moranis ha preso spunto dallo slogan della War On Terror per produrre il seguente spin pubblicato domenica sul New York Times (l’ultimo punto mi e’ particolarmente caro):

 

Something Else


 

 

Rick Moranis is a writer and actor.

 

 

 

COZZA DENTRO

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PREMESSA: ho scritto questo piccolo saggio per la raccolta “Nati A Taranto”, ma non l’ho mai postato su questo blog. Perche’ postarlo adesso? Perche’ in seguito all’intervista che ho rilasciato di recente a WEmag diverse persone (you know who you are) hanno realizzato che sono nata a Taranto. Non che ne abbia mai fatto un mistero prima, anzi, quando mi collegavo con Stella e col MCS Costanzo lo diceva quasi tutte le settimane che “Tiziana da Miami e’ di Taranto”, e persino sul sito del suo show c’e’ una mia mini biografia che dichiara senza indugio le mie origini pugliesi (clicca qui).  Per me essere ntata a Taranto e’ un dettaglio della mia esistenza del tutto naturale, che fa parte di me, come la mia mano sinistra o il mio gomito destro, non ci penso piu’ di tanto, ma ieri  un FB friend tarantino mi ci ha fatto pensare, scrivendomi sulla bacheca le seguenti parole: “[…] sei forte sai proprio perchè sei di Taranto (non dimenticarlo mai) […]”. Sono 25 anni che non vivo piu’ a Taranto, forse per quello a volte sembra che mi scordi di esserci nata, ma dopo aver letto il seguente saggio dal titolo “Cozza Tarantina” sono sicura che tutti i miei concittadini capiranno che non soffro di amnesia.

 

COZZA TARANTINA

Cozza tarantina. Così mi chiamavano i nostri parenti salentini, quando i miei genitori portavano me e mia sorella (uniche tarantine in famiglia) a visitare il resto del nostro clan giù al capo, nei pressi di Santa Maria Di Leuca. “Eccole qua!” esclamavano tutti in coro con la loro cadenza lenta e cantilenante, “su rravate e cozze tarantine!”. E siccome noi portavamo sempre, a grande richiesta di nonni, zii e vicini, una zoca di cozze ioniche grossa quanto un bambino di tre anni, non sapevo mai se l’appellativo si riferisse a me e mia sorella oppure ai mitili fragranti stivati nel cofano della Fiat 128 di papà.
In realtà si riferivano ad entrambe le cose (e meno male che all’epoca ignoravo l’uso gergale di “cozza” come epiteto attribuito ad una donna racchia, altrimenti mi sarebbero venuti pure i complessi).
Praticamente la mia esistenza di outsider cominciò allora, quando la mia identità di tarantina verace si trovò subito costretta a scendere a compromessi col mio background pueppito. Sia mia madre che mio padre sono infatti dell’estrema provincia leccese, con un accento inequivocabilmente salentino, un dialetto che la mia compagna di banco del liceo soleva definire “arabo” e usi e costumi leggermente forestieri. Io cercavo di destreggiarmi come meglio potevo, facendo la spola fra il mio dialetto e il loro, fra un piatto di tubettini e cozze e una massa culli ciceri, fra na scacchiat’ e nu sciuttiddu. Ed è da lì, credo, che cominciò la mia passione per le lingue e le culture diverse dalla mia. Infatti, se i miei non si fossero trasferiti a Taranto, io non ci sarei poi nata e non avrei mai gustato il sapore inimitabile del suo splendido mare, incontrato i fantasmi del suo glorioso passato e spiegato, infine, a mezza America che si dice Tàranto e non Torónto. E sì, perché io sono convinta che la ragione per la quale oggi vivo negli Stati Uniti è che sono nata e cresciuta a Taranto. Che centra? Centra! Se non avessi passato l’infanzia a correre e pattinare su e giù per il lungomare, zigzagando fra le palme che all’epoca mi apparivano assolutamente hollywoodiane; se il balcone di casa mia non si fosse affacciato sul mare e non avessi trascorso la mia giovinezza a scrutarlo domandandomi cosa ci fosse oltre all’orizzonte; se le navi nel porto non avessero trasportato marinai provenienti da terre lontane con volti esotici e lingue impenetrabili… chissà; forse non avrei attraversato l’oceano. Non avrei avuto nè il coraggio, nè tanto meno il desiderio di avventurarmi sull’altra sponda dell’Atlantico alla ricerca di sfide ignote.
Così fu che, dopo diciotto gloriosi anni trascorsi a Taranto ed una parentesi romana di circa sei anni, finii fra i grattacieli di Manhattan, che, come molti sanno, è un’isola; proprio come Taranto vecchia (coincidenza??). Poi, dopo quindici lunghi anni di esilarante sopravvivenza nella giungla d’asfalto e cemento della Grande Mela, decisi un dì di rallentare il passo e tornare a vivere in riva al mare— come quando ero bambina— dove il vento sussurra fra le palme e l’orizzonte fa sognare chi lo sta a guardare. Ed è così che sono finita a Miami Beach due anni fa. Le palme non sono di datteri, ma di noci di cocco; e il mare non è lo Ionio, ma l’oceano Atlantico, nel punto in cui si con-fonde col Mar dei Caraibi, ma la mattina, quando appena sveglia sul balcone scruto l’orizzonte e respiro l’aria salmastra ad occhi socchiusi, mi sembra quasi di sentire l’odore familiare del mio mare natìo che mi reclama con la sua forza pungente, perché dentro di me, sotto questo guscio internazionale e poliglotta, sono e sempre sarò una cozza tarantina.


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L’AMORE AI TEMPI DEL PORNO BLOG!

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Non so voi, ma io ogni tanto mi googlo. Lo faccio cosi’, un po’ per curiosita’, sicuramente per vanita’, e anche per vedere se qualcuno ha postato qualche malignita’ sul mio conto (e gia’, oltre che curiosa e vanitosa, pure paranoica). Manie di persecuzione a parte, googlandomi ieri mi sono ritrovata citata in un blog di… pornografia! La scoperta mi ha colmata di orgoglio inaspettato, soprattutto perche’ la citazione presa e tradotta in inglese dal mio libro L’amore Ai Tempi Del Globale si trovava in apertura di post, e non sepolta fra le righe come se ci fosse capitata quasi per errore. Voglio dire, avrebbero potuto citare gente molto piu’ esperta del genere di me, come non so… Jenna Jameson o Trentalance, che ogni tanto scrivono pure. Ma no. Invece hanno citato me. Che onore! Il post e’ dedicato al nuovo sex toy per lui chiamato Real Touch, di cui descrivo i molteplici piaceri che gli uomini tecno-sessuali possono ricavarne nel capitolo “Cybersesso: Dal Materasso Alla Rete”. La frase che ha particolarmente colpito il blogger e’ la seguente: “Inutile dirvi che se il Real Touch impara a fare le tagliatelle, care ragazze mie, siamo spacciate!” Una frase che a suo tempo scrissi cosi’, ovviamente in senso ironico, ma ora che ho trovato questa foto sul sito ufficiale del Real Touch (vedi foto sopra) che mostra il sex toy dentro e fuori, noto con sgomento che le lamelle del meccanismo ricordano molto quelle della Pastaia Italiana a manovella dell’Imperia… Che? Troppo paranoica?

 

Eccovi il post, preso verbatim da realtouchfucking.com:

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